SULLO STATO MATERIALE E MORALE

DELLA

CITTÀ DI ANAGNI

CONSIDERAZIONI

DIRETTE

AI SIGNORI DELLA GIUNTA MUNICIPALE ANAGNINA

DALL'ASSESSORE

FILIPPO Cav. COLETTI


SECONDA EDIZIONE CON APPENDICE


ROMA
TIP. DELL'UNIONE COOPERATIVA EDITRICE
Via di Porta Salaria, 23-A

1891




AVVERTENZA



Scrissi queste considerazioni nel 1882 - quando entrai a far parte dell'amministrazione del Comune come assessore, e credetti di compiere un dovere - ed invero non ebbi a pentirmi di averle pubblicate. Oggi, cedendo alle domande di alcuni amici, le ristampo con qualche lieve cambiamento di forma, ma lasciandone invariata la sostanza, perché, se da quell'anno ad oggi la nettezza pubblica della nostra città è alquanto migliorata, disgraziatamente le condizioni igieniche, civili e morali dei nostri contadini ed operai non accennano a miglioramento.

Il che oggi è più a deplorarsi, perché il convitto Regina Margherita, istituito nel nostro ex convento di San Giacomo per generosa iniziativa del sindaco commendator Vincenzo Giminiani, fa sì che Anagni sia conosciuta e visitata anche indipendentemente dal suo storico passato. Ond'è che non credo inutile rinnovare le esortazioni che rivolsi nove anni fa alla Giunta municipale ed insistere perché si prendano provvedimenti atti a rendere la nostra città prospera sotto ogni riguardo.

Anagni, aprile 1891.








ILLUSTRISSIMI SIGNORI,


Gl'inconvenienti che io segnalo in questo scritto non possono essere addebitati alla presente Amministrazione, perché la Giunta attuale è di data recente. Fatta questa riserva, entro nella trattazione del mio soggetto.
Disgraziatamente questa nostra bella contrada, parte migliore della Campagna romana, è ritenuta come una delle meno colte e più incivili d'Italia, e il nome di Ciociaria, col quale è designata, suona purtroppo disprezzo. Io protesto contro chi ha tale ingiusto concetto di noi, e questa mia cara città specialmente non merita davvero, per il suo illustre passato ed anche per il suo presente, di essere tenuta a vile da alcuno.
È d'uopo però confessare che la nostra popolazione, fornita di tante buone qualità, mostra purtroppo una deplorevole incuria per tutte quelle abitudini di nettezza e di ordine, che distinguono i popoli civili da quelli selvaggi o semi-selvaggi. Incuria fatale, perché ha funeste conseguenze sopra il miglioramento morale delle classi meno colte.
Per ovviare a questo male, in modo da renderlo impossibile in avvenire, non vedo altro mezzo che la morale e civile educazione dei nostri contadini e manovali; poiché non v'è che la scuola, che possa assumere ed attuare questo nobile compito.
Il Municipio anagnino spende annualmente una somma non lieve a favore delle scuole elementari. In esse s'impara a leggere e scrivere, ma non già, come dovrebbesi, a procedere da uomini onesti e civili. Per l'educazione morale e civile le nostre scuole elementari hanno i loro buoni libri di testo, ma dagli effetti che se ne sperimentano, si scorge che non sono bene studiati; e ciò non al certo per manco di energia e di operosità da parte dei maestri nel farne rispettare ed eseguire i precetti, ma perché, nella maggior parte delle famiglie degli allievi, si dà poca importanza a quei precetti. Eppure dall'esercizio di essi, durante l'adolescenza, dipende assai lo sviluppo delle migliori qualità morali dell'uomo!
Di fatto a che giova che un fanciullo sappia leggere e scrivere, conosca la geografia d'Italia e di tutte le parti del mondo, sappia fare le prime operazioni aritmetiche e quant'altro concerne gli elementi dell'istruzione, quando poi nel modo di parlare, nel suo contegno, nei sentimenti morali di rispetto verso i genitori, i compagni, i superiori, fa tanto desiderare? A che giova l'istruzione quando vediamo i fanciulli e i giovanetti mancare di rispetto alla vecchiezza, inveire contro i poveri, contro gl'infelici, perseguitare e martoriare gli animali innocui, proferire le più sconcie parole, presentarsi alla scuola luridi, schifosi, e mostrare nel contegno personale la goffaggine, la sconcezza dell'uomo incivile e plebeo?
Signori Assessori, un grave compito pesa su di noi, quello cioè di preparare al nostro paese una nuova generazione di persone oneste e civili, e ciò non potrà ottenersi che col dare, per mezzo dei maestri, alle scuole elementari un indirizzo più efficacemente educativo, e con lo inculcare ai padri di famiglia, che mandano i loro figliuoli alla scuola, di astenersi dal dare ai medesimi cattivi esempi allorquando rientrano nelle case. Se nella famiglia sarà distrutto ciò che la scuola edifica, le migliori dottrine etiche e i precetti del galateo a nulla varranno per dare alla patria cittadini civili, probi, pacifici, ordinati, modesti e laboriosi, e quindi non otterremo l'intento.
Signori Assessori, ripeto, sopra di noi pesa la più grande responsabilità morale. Sarebbe inutile e pernicioso l'illudersi e rimanere nell'apatia alla vista delle miserie morali e materiali in cui versa il nostro povero paese.
Mentre la libertà e l'unità della patria italiana han prodotto civiltà e benessere in ogni paese, noi soli non abbiamo in verun modo progredito, perché non abbiamo saputo far tesoro dei vantaggi della libertà, mentre ne sopportiamo tutti gli aggravi fiscali.
Un segno evidente del nostro malessere e disagio è la statistica della popolazione che decresce per cagione dell'annuale emigrazione, la quale rapisce le braccia alla nostra campagna per portarle nella capitale, ove abbonda ed è meglio retribuito il lavoro. Inoltre i miasmi che si sprigionano dai tuguri, che il popolo agricoltore chiama case, distruggono le vite nel loro albore; e se non vi si porrà riparo, facendo severamente rispettare le leggi igieniche della nettezza pubblica, temo che in un tempo non lontano le nostre terre rimarranno incolte per mancanza di braccia. A tal proposito ho voluto prendere qualche appunto nei registri statistici, ed ho rilevato, con dolore, che nei primi dieci mesi del corrente anno sono morti centoquarantanove bambini da uno a cinque anni, senza tener conto dei trapassati nell'adolescenza, nella gioventù e nella virilità. Se ciò è accaduto in un anno riconosciuto felicissimo per la pubblica salute, figuriamoci che cosa potrebbe accadere in caso di epidemia e di contagio!
Svegliamoci, adunque, dal nostro letargo; esaminiamo coscienziosamente lo stato di abbandono in cui giace questa nostra cara città, e provvediamo.
Le strade interne non sono più praticabili, perché, distrutto il ciottolato, non abbiamo ove fissare il piede senza pericolo di cadere; e ciò non solo nei vicoli e nelle secondarie, ma puranco nella maggiore, Corso Vittorio Emanuele, distinta per regolarità di fabbricati e che è la linea principale attraversando quasi direttamente tutta la città. Questa strada, oltre al cattivo selciato, è deturpata in qualche punto pure da catapecchie con immonde stalle; inoltre ad ogni ora del giorno è ingombra di fanciulli chiassosi, coperti appena da luridi cenci, e, in una parte dell'anno, di botti in costruzione o riparazione, di venditori di carne, di barili di salumi, di fabbri-ferrai, che lavorano fuori delle loro officine, di canestri di erbaggi e perfino di letame.
Da quasi tutte le case si fa gettito d'acque luride; lo stesso inconveniente s'ha egli a lamentate da parte delle botteghe di commestibili, e specialmente di quelle dei pizzicagnoli, i quali versano nella detta via le acque profumate dei baccalà. Non parlo di altri gettiti dalle finestre o dei depositi che personalmente si fanno lungo le mura delle case, ove i bambini del popolo ne fanno mostra schifosissima, e non risparmiano neppure il pubblico passeggio fuori porta Cerere; ivi ad ogni piede d'albero si può vedere il testimonio della loro bestialità, dalla quale non risparmiano il così detto Bersò, che è divenuto il convegno d'animali, immondi al pari di quelli che li guidano al pascolo, ed ha l'aspetto di una pubblica latrina all'aria aperta.
Signori! Questi che espongo sono fatti dolorosi, i quali sono prova eloquente dell'abbrutimento in cui è caduta la nostra classe più o meno indigente; pensiamo che la responsabilità di tanta degradazione ricade sopra di noi, che abbiamo noli solo il dovere della economica amministrazione, ma anche l'obbligo della civile e morale educazione del popolo, per la ingerenza che abbiamo sull'andamento delle scuole comunali.
Né si creda che quanto ho detto pecchi di esagerazione - basta percorrere il primo tratto della strada maggiore da porta Cerere al vicolo di San Paolo, penetrare nel vicolo, così detto, di mezzo, e, ritornando sulla via maggiore, oltrepassare il ponte di Piscina, quindi scendere sotto l'arco del ponte stesso !... per convincersi che le mie parole sono molto al disotto della nauseante verità.
Ma non basta ancora.
Per avere un' idea della degradante noncuranza dei nostri contadini per tutto ciò che si riferisce a nettezza ed igiene, è d' uopo fare una rapida ispezione nella parrocchia di San Pancrazio, in quella di San Giovanni, alla porta Garibaldi, specialmente presso le case Belli e Cecilia, lungo il muro di sostegno della piazza del Popolo, in una parola lungo tutto il tratto della strada suburbana fino all'orto di Raoli; e ciò varrà a confermare il mio asserto, che cioè le mie parole non sono esagerate, ma al di sotto, della verità.
È impossibile che il Comune possa riparare totalmente a tanta iattura e vergogna, perché la maggioranza della popolazione è composta di contadini riluttanti ad ogni legge di nettezza e civiltà. 1 nostri contadini vivono nei loro tuguri ove in una sola camera e spesso in un solo letto giacciono con le mogli ed i figli, e non hanno alcun riguardo al pudore dell'infanzia'; non si lavano che raramente ed appena nel volto, deforme per malsania di aria respirabile, per insalubrità e scarsezza d'alimenti, per eccesso di lavoro e pur troppo di vizio. Essi dopo le fatiche della giornata, grondanti di sudore e fradici di pioggia, rientrati nei loro tuguri e preso qualche piccolo ristoro, si gettano sul loro povero letto per riparare le forze nel sonno, e allo risvegliarsi ritornano ai campi coperti dal fango del giorno precedente, non avendo cura alcuna della propria persona.
Non è possibile tollerare tanta degradazione in questi tempi di civiltà. È d'uopo adoperarsi in qualche modo per illuminare la mente dei nostri poveri contadini' e condurli a sentimenti più dignitosi. Sono uomini e cristiani essi pure; quindi non possiamo, senza renderci colpevoli di egoismo, abbandonarli nell'errore e nella ignoranza. Si faccia adunque qualche cosa, rendendoli più civili col rigore delle leggi di pubblica igiene, e ammaestrando i loro figli alla nettezza ed alla moralità nelle scuole serali.
Uno dei vantaggi prodotti dalla nuova costituzione d'Italia è la libertà d'iniziativa riconquistata dai Municipi, i quali possono amministrare le loro rendite e proventi e dedicarne una parte ai miglioramenti edilizi ed alla pubblica igiene tanto necessaria al morale e materiale progresso delle popolazioni. Tutte le città d'Italia hanno profittato delle franchigie costituzionali per abbellirsi, ed anche i piccoli paesi, benché poveri, hanno potuto trovare il denaro necessario all'uopo, ricorrendo alle casse pubbliche dipendenti dal Governo centrale, ed hanno ottenuto vistose sovvenzioni ad interesse mitissimo. Per citare un esempio a noi prossimo, nominerò Sgurgola, Comune di pochi e miseri contribuenti, che ha potuto in tal modo ottenere i mezzi per aprire una nuova strada dalla sua stazione al paese, ampliare ed allineare la via principale dell'abitato, erigere una torre per uso di pubblico orologio, eseguire una importante opera muraria per formare una piazza, ed acquistare, in prossimità della residenza comunale, un piccolo fondo per formare un giardino pubblico, che allorquando sarà ultimato servirà come di complemento alla trasformazione del centro del paese. Tanto han potuto l'amore del luogo natìo, il desiderio del progresso, l'intelligenza ed energia di quella comunale Amministrazione, e l'abnegazione di quei poveri contribuenti!
Questi sacrifizi sono stati fatti nella speranza di richiamare l'attenzione di quelli che nella stagione, estiva lasciano la Capitale per respirare aria più salubre, e così procacciare al paese qualche vantaggio.
La sola città d'Anagni nulla fa per migliorare i suoi interessi materiali, mentre ha tanti titoli per attrarre a sè i villeggianti. L' aria nostra balsamica, l'amenità e varietà della posizione topografica delle nostre colline, la frescura delle nostre valli, la maestosa e pittoresca linea dei nostri monti, le ombrose passeggiate suburbane, l'orizzonte della vasta pianura della valle del Sacco e della Campagna romana, la quale si estende a perdita di vista come in un mare, sono tutti requisiti speciali alla posizione, in cui ci troviamo, e che hanno somma attrattiva per quelli che amano la vera campagna. A ciò aggiungiamo l'abbondanza e squisitezza dei viveri e dei vini, ed infine l'educazione, la sociabilità e la civiltà della parte eletta della cittadinanza, ed anche della classe media, e sì giudichi se merita la pena di far valere tutti questi doni di natura, educazione e civiltà, mettendo con qualche spesa la città in condizione atta a ricevere degnamente i villeggianti provenienti da Roma, la quale fra pochi anni sarà tanto popolata da non essere più i così detti castelli romani sufficienti a ricevere quelli che fuggono dalla Capitale per aver cura della loro salute minacciata dai calori estivi e dall'aria pesantissima che vi si respira.
Le grandi famiglie non verranno certamente da noi. I ricchi della Capitale, disponendo di grandi mezzi, intraprendono viaggi più costosi, recandosi nei laghi e montagne della Svizzera, nei bagni della Germania, ed in altre contrade transalpine; ma gl'impiegati, i professionisti, i commercianti e tanti altri preferirebbero questa città, non solo per mire di economia, ma per essere a poche ore lontana dal centro dei loro affari, che non sarebbero obbligati di trascurare, potendoli trattare e ritornare fra noi lo stesso giorno.
È facile comprendere quanto vantaggio potrebbe ritrarre la nostra città da questo stato di cose. Ma noi ci troviamo in condizione da non poter contare in altro, tranne che nella esportazione dei cereali e dei vini eccedenti il consumo della città; mentre colla frequenza dei villeggianti sarebbe migliorata la sorte dei bottegai, dei proprietari di case, dei conduttori di alberghi e trattorie, de' vetturini e industrianti d'ogni genere.
Nello stato attuale della città nostra, chi viene a visitarci resta così sgomentato alla vista delle catapecchie e delle sozzure che incontra nel primo tratto di strada da porta Cerere al vicolo San Paolo, da farlo retrocedere all'istante. L'atterramento di quelle orribili stamberghe, l'allargamento e l'allineamento di questa sezione della via maggiore dovrebbero essere le prime spese da farsi per migliorare la città. I contadini e le stalle, che deturpano quella sezione di strada, occuperebbero altre contrade secondarie, e così sarebbe salvo il decoro dell'unica via frequentata dalle persone civili e dai forestieri, che nelle ore del passeggio escono da quella bella porta.
Facciamoci adunque coraggio, e si agisca al più presto possibile; perché il tempo è danaro, come si esprimono gl'Inglesi, e il danaro è fattore di civiltà.
Mi riassumo, dicendo che è di assoluta necessità curare la educazione morale e civile della crescente generazione a preferenza della istruzione elementare, la quale non sarà certamente trascurata, ma che a poco approda senza ginnasio e senza liceo, le quali istituzioni sono impossibili per mancanza di mezzi finanziari, e non le avremo giammai, perché il Comune non possiede rendite proprie, e perché gli Anagnini vorrebbero tutto, mentre poi gridano alla tirannia del Municipio quando si tratta di pagare le più miti tasse comunali. Essi vorrebbero che tutto il peso delle imposte ricadesse sui modesti proprietari di già oberati dalle tasse governative.
Sia detto in confidenza; ma la verità è che in Anagni i proprietari ricchi per censo sono talmente ristretti in numero da potersi contare con poche dita d'una sola mano. I principi romani stessi, possessori di fondi nel nostro territorio, hanno una rendita che non oltrepassa le dieci o dodicimila lire, ed è perciò che non abbiamo stabilimenti di beneficenza frequenti nelle città ricche. I poveri del nostro paese non possono fidare che nella Provvidenza divina, la quale avrà pietà di loro; poiché nutro fiducia che ì poveri non saranno abbandonati e che Dio farà sorgere per essi qualche benefattore.
Per venire infine ad una conclusione pratica circa il soggetto speciale di cui ho trattato, dirò che sarà facile l'attuazione della mia idea concernente l'abbellimento della città.
Noi domandammo al Governo l'autorizzazione di formare un debito di L. 200,000 per sopperire alle passività cagionate dalle precedenti amministrazioni ed ai bisogni più urgenti della città.
Non saprei a chi attribuirne la colpa, ma sta in fatto che ci fu, dopo lungo tempo e grandi stenti, accordata per la somma di sole L. 161,850. Io sarei di parere che si ritornasse a domandare all'Autorità tutoria il complemento del prestito non solo, ma che alle residuali L. 38,150, si aggiungesse la somma di L. i i,850, onde avere così L. 50,000 a disposizione. E sono quasi certo che con altre 50,000 lire, applicate ai lavori più urgenti della edilizia e circoscritti per ora all' abbellimento del tronco di strada dianzi citato, da porta Cerere al vicolo di San Paolo, faremmo opera degna di encomio, perché trasformerebbe l'aspetto d'Anagni nella sua via principale, e sarebbe un mezzo per creare qualche risorsa alla città.
Alle contrade laterali alla via maggiore poco o nulla frequentate dai forestieri, che volessero venire a villeggiare fra noi, ci si penserà più tardi. Si principii intanto ad abbellire la strada centrale, come praticasi in tutte le altre città, per evitare così la ripugnanza che si desta in quelli che la prima volta vengono a trovarci, e invogliarli a ritornare. Ciò accadendo non dubito punto che il nostro operato sarà fatto segno della generale gratitudine e la nostra memoria sarà tramandata ai posteri riconoscenti per aver loro preparato un'abitazione sana e civile.
Temo però che le mie prime parole riguarda nel il miglioramento morale rimarranno lettera morta; ma non mi cale personalmente, perché ho la coscienza di aver fatto il mio dovere di cittadino e di assessore.
L'epoca nostra è epoca di scetticismo e di ignoranza. Sono stati fatti progressi immensi nelle scienze fisiche, ma siamo arretrati assai nella scienza psichica, le cui dottrine infantili succhiate col latte ci guidano ancora senza morale profitto.
V'è una corrente fatale allo svolgimento delle giuste idee di Dio, dello spirito e del vero scopo della nostra esistenza su questo basso mondo; quindi non possiamo liberarci dall'orgoglio, dalla superbia, dall'ira, dall'odio, dall'invidia, dall'egoismo: e perciò si va smarrendo l'idea del vero, del giusto e della civiltà. Si chiamano pecore i galantuomini, che soffrono senza vendicarsi, onde l'adagio: Chi pecora si fa il lupo se la mangia; e, stimando uomini d'ingegno i ladri, al proverbio: La farina del diavolo si converte in crusca, ora si aggiunge: quando però non si sa cernere.
Il risultato di tali massime si è il goderci la vita anche a danno dei nostri fratelli; il non vedere, quando alziamo gli occhi al cielo, l'infinito della creazione, dei mondi, dei soli, e il lasciarci nell'errore crasso che, o sia tutto finito per lo spirito umano, dopo il suo pellegrinaggio su questa terra, o che, perdendo desso la sua personalità, venga nuovamente assorbito dalla natura, come erroneamente la pensano i panteisti. Quindi siamo e saremo sempre predominati dall'egoismo, finché non apriamo le menti per essere illuminate dalla luce della verità, che è Dio.
E senza la guida del lume divino della ragione, l'uomo si abbandona come i bruti all'istinto della propria conservazione ed alla smania dei piaceri sensuali e materiali. La confusione delle idee diviene tale, che non si sa più distinguere il vero dal falso, il giusto dall'ingiusto, il bello dal deforme; che si attesta essere galantuomini gli arruffoni, sciocchi gli onesti, illuminati gl'ignoranti, patrioti gli anarchici, religiosi gl' ipocriti, e si confonde, o per ignoranza o per egoismo, ogni sano principio, avendo però sempre di mira il solo interesse individuale.
Non mi sorprenderà dunque se le mie idee resteranno per molti lettera morta, o saranno derise qual parto di mente poetica; ho fede però che la legge ineluttabile del progresso, la quale regge e guida la materia e lo spirito, finirà per atterrare col tempo tutte le barriere che attraversano il suo cammino, e la luce divina della ragione e della civiltà avrà pieno trionfo.

La predica del laico è finita; intelligenti pauca.

Mi resta ora a domandare venia a tutti della povertà del mio scritto, che però mi fu dettato solo da sentimento di patria carità e non da petulante pretesa di censore.

Anagni, novembre 1882.

FILIPPO Cav. COLETTI
assessore municipale.

APPENDICE


A sostegno della mia tesi morale mi giova la riproduzione delle belle parole di Giuseppe Mazzini dirette alla gioventù italiana, estratte dal Fanfulla della Domenica, ed una sublime lettera del medesimo che estraggo dal giornale inglese Lo Star. Questi due documenti basterebbero per sè soli a manifestare le idee del grande patriota. Per quelli poi che volessero adeguatamente conoscerle, si rivolgano alla Società editrice delle opere mazziniane, la quale per pochi soldi potrebbe procurar loro i due scritti Dubbio e Fede e la Lettera diretta a Pio IX, e così convincersi dell'altezza dell'intelletto di Mazzini, e della sua moralità e patria carità.

Le parole di Mazzini riprodotte dal Fanfulla sono le seguenti:

« 0 giovani (egli dice), sursum corda, in alto i cuori. Ricordatevi e tenetelo a mente, perché in verità l'avvenire è tutto riposto in questa questione, ricordatevi che il materialismo perpetuò il nostro servaggio, attossicandoci l'anima di egoismo e di codardia.
« Alla idea che la vita è missione e dovere sostituì, tra il rogo di Giordano Bruno e la prigione di Campanella, l'idea che la vita è ricerca di felicità in momentane o piacere e felicità di un giorno, di un'ora, procacciato dall'oro e dal soddisfacimento di misere e traditrici passioni sensuali. Franse il nodo sociale e l'istinto di fratellanza collettiva che aveva creata la grandezza di Roma e dei nostri Comuni, e pose l'individuo a centro e fine d'ogni opera nostra. Corruppe il santo concetto dell'amore in basso appetito e in libertinaggio sfrontato che cancellò dal mondo sociale la Donna per sostituirvi la Femmina. Ora, ove non v'è culto di Donna né speranza di vita futura né coscienza di dovere, « non può esistere felicità » .

Queste le parole di Mazzini. Il Fanfulla aggiunge:

«Quelli che non possono o non vogliono intendere bisognerà attenderli al momento fatale della malattia che li condannerà alla solitudine, al dolore, alla disillusione, senza potersi rifugiare in una idea che sia loro di sostegno, di consolazione» .
Il giornale Lo Star di Londra poi ha riprodotto una lettera del Mazzini nella quale leggesi quanto segue, e l'ho estratta dalla Rivista psicologica di Torino, tradotta in italiano, ed è la seguente:

« Caro Signore,

« Quantunque non ci siamo veduti che una sola volta, pure vi fu nella nostra stretta di mano qualche cosa che non ho mai dimenticato.
Ora che siete immerso nel dolore me ne sovvengo e sento come un bisogno di ristringervela e dirvi quanto ne sono afflitto. La morte è sacra e la dobbiamo considerare come tale. Piangete colui che amate, ma la vostra tristezza non sia quella arida infeconda ateistica di coloro che non guardano oltre la terra. Sarebbe una degradazione della vostra e della sua anima. Non so in che cosa crediate o non crediate. Io ho pensato profondamente tutta l'esistenza intorno alla legge della nostra Vita naturale. L'ho cercata nella storia della umanità e nella mia coscienza e mi sono convinto, incrollabilmente convinto, che la morte non esiste, che la vita non può essere che eterna, che il progresso in definito è la legge della vita e che ogni sapere, ogni pensiero, ogni aspirazione data a noi deve avere il suo sviluppo pratico; che noi abbiamo idee, pensieri, aspirazioni che vanno oltre la possibilità della vita terrestre, e che lo stesso fatto di averli e la nostra incapacità di tracciarli ai sensi è prova che ci pervengono dall'alto, e che solo lassù possono realizzarsi; che nulla perisce quaggiù fuorché la forma, e che credere che si muore, perché muoiono le nostre forme è lo stesso che credere che l'operaio è morto perché i ferri del mestiere sono stati consumati.
« Dal giorno che questa convinzione mi venne nella mente e dal cuore, dalla ragione e dall'amore, ho perduto tutto ciò che mi era caro nella patria, eccetto una sorella.
Mi afflissi e mi affliggo ancora, ma non fui mai senza speranza, e sentii la santità della morte. Sentii nascermi nuovi bisogni di amare. Sentivo che non dovevo mai dimenticare i diletti, che dovevo crescere migliore, più tenero verso gli altri, più attivo nell'adempiere i miei doveri per il bene e per me. Sentii che ne sarebbero addolorati se non facessi così. Sentii che i miei atti affretterebbero il momento di rivederci e di adempiere alla promessa inchiusa nell'amor vero, ardente, terrestre. Davanti ogni tomba tentai di migliorare. Fedele ai cari morti fui triste al loro distacco, ma restai fermo e fedele al sentimento che il mio amore non è una semplice sensazione, ma una cosa più alta, più santa, il germe di un fiore e la promessa che fiorirà altrove proprio come il fiore che ha le radici sotterra e sboccia di sopra. Vorrei che lo stesso sentimento fosse in voi. Non posso suscitarvelo se non è del vostro cuore.
La libertà che mi sono presa, prova, se non altro, che non ho dimenticato il vostro incontro e che sento profondamente con voi e vostra moglie la perdita che avete fatta.

Sempre vostro

GIUSEPPE MAZZINI ».

Questa è la dottrina del più grande moralista dell'epoca moderna, Giuseppe Mazzini, il quale amò la patria italiana con ardore, purezza e disinteresse. Garibaldi, Lanza e Mazzini sono i tipi più puri della rivoluzione italiana. Essi vissero e morirono poveri mentre avrebbero potuto arricchirsi; ma la sete dell'oro e le cupidigie d'ogni genere non ebbero forza di vincere e deturpare la loro nobilissima natura. Sia gloria immortale ai loro nomi, e servano di esempio ai posteri. Non intendo menomare il merito di altri che cooperarono alla grande opera della redenzione della patria, ma giustizia vuole che i più segnalati per morali virtù abbiano la preminenza. Non v'era bisogno della mia oscura e indotta penna per immortalarli. La storia del risorgimento italiano ha già fatto il suo dovere.
Prima di dar termine a questo poverissimo scritto, dirò cosa che tutti vedono, ma che si rattengono dall'affermare, ed è che il mondo in genere e l'Italia in ispecie versano in tempi di grandi sventure a scongiurare le quali è necessaria la morale trasformazione delle idee dominanti, e tendenti allo scetticismo, all'ateismo tanto deplorato dal grande Mazzini. Le nazioni per essere invincibili hanno bisogno di avere un alto ideale dell'Ente causa causarum e della immortalità dello spirito.
Roma conquistò il mondo delle nazioni tutte colle sue virtù, Cicerone lo afferma nella sua orazione De aruspic. responsis. Egli dice ai Romani che i felici successi delle loro armi dovevano attribuirsi più alla loro pietà che al coraggio.
«Non calliditale aut robore, sed pietate et religione omnes gentes, nationesque superavimus» .
Il moderno socialismo non sarà vinto finché dominerà il mostro dell'Ateismo nelle scuole.

Questo è tutto, e mi taccio.

Il vecchio
Filippo COLETTI.






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